La Ranza

 Era la falce fienaia, usata per falciare l’erba. Il nome deriva dal latino “radiare”, raggiare, il cui senso è riferito al movimento d’azione della falce che si muoveva come un raggio su una circonferenza.Era costituita da un manico in legno lungo circa 140-160 cm, una lama d’acciaio arcuata lunga 60-90 cm che termina a punta, fissata ad una estremità del manico, due impugnature in legno, un anello di ferro ed un cuneo con cui si fissava la lama al manico. La parte interna della lama d'acciaio arcuata veniva  ribattuta fino ad avere un filo taglientissimo con il martel de marlà”.A destra della lama sporgeva verticalmente uno sperone che veniva fissato all'estremità del lungo manico con una ghiera di ferro con bloccaggio a vite che lo fissava al manico. L'impugnatura per la mano destra a forma di corno e rivolta  verso sinistra, veniva fissata ad incastro a metà del manico; l'impugnatura per la mano sinistra veniva posta all’estremità del manico opposta alla lama a guisa di martello.La distanza tra la lama e l'impugnatura intermedia era di circa cm 107, questo rendeva l'attrezzo meno faticoso da usare.La ranza serviva per falciare il fieno dei prati ed era indispensabile soprattutto in terreni ripidi e scoscesi.  La ranza era lo strumento principe della fienagione, veniva usata da sola e guidata da destra verso sinistra con movimenti che disegnano un semicerchio.Il falciatore teneva la lama rasoterra, procedeva verso destra formando sulla sua sinistra una specie di onda formata dall’erba falciata (“undàn”), e quando raggiungeva il limite della pezzatura da falciare, tornava indietro ed iniziava una nuova striscia. La falciatura veniva eseguita ritmicamente, con ampio movimento a semicerchio, trasversalmente e dal basso all'alto del pendio, in modo che l'erba cadeva in file regolari Sulla parte di campo già falciata.Prima di iniziare a falciare, al mattino, il falciatore, generalmente il capofamiglia, procedeva alla delicata operazione della molatura, o affilatura, della lama.Sedeva sul prato con le gambe divaricate, piantava nel terreno a colpi di martello l'”incugen per marlà”, arnese di acciaio con braccia a croce avente la parte inferiore a punta per penetrare nel terreno sino all'arresto delle braccia, e la parte superiore allargata, in modo da formare un piano per la battitura, temprato, durissimo. L'affilatura della lama procedeva iniziando dalla parte larga della falce e continuando a colpi di martello ritmici, sino alla punta; era un’operazione che richiedeva molta abilità. Durante la falciatura, quando la falce perdeva il filo e non tagliava più bene, il falciatore si fermava per riaffilare il filo della lama con la pietra molare, che toglieva dall'acqua del cudée, corno tenuto dietro il fianco appeso alla cintura, chiuso in alto con un po’ di erba. Lierna, Genico